(Questa riflessione ci è stata inviata da Alessia Venturoli
della comunità di Bologna).

“E il Signore Iddio chiamò Adamo, e gli disse: ‘Dove sei?'” (Gn
3:9). Come se Dio non sapesse quale fosse esattamente l’albero dietro
al quale Adamo ed Eva si nascondevano. È chiaro che sapeva dove
fossero, ma egli si avvicinò con un fare pieno di gentilezza, teso
a riconciliare piuttosto che ad alienare ancora di più. Il fatto
che Adamo ed Eva uscirono di loro spontanea volontà dal luogo dove
si erano nascosti indica che il tono della voce e l’attitudine di Dio
dovevano straripare di compassione piuttosto che di condanna. Quando Adamo
parlò al Signore rivelò la fonte del loro nuovo impulso
a nascondersi: “Ho sentito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura,
perché ero nudo; e mi sono nascosto” (Gn 3:10).

Paura di Dio? Ma perché? Non avevano mai avuto paura di Dio prima.

Dio era in qualche modo cambiato? No! “Perché io sono il Signore,
io non cambio” (Ml 3:6). “Lo stesso ieri, e oggi, e per sempre” (Eb 13;8).
Egli li amava ancora e si interessava a loro come sempre. Ma loro erano
cambiati. Ora non riuscivano più a vedere la sua bontà.
I loro sentimenti derivavano direttamente dall’effetto del peccato stesso
sulla coscienza, non erano imposti arbitrariamente da un’attitudine di
condanna assunta da Dio. Egli rimane lo stesso, ma il peccato ci cambia.

Il nostro peccato non cambia l’amore di Dio, ma erige invece un muro di
separazione della quale il peccato è la causa, non Dio. Bisogna
notare che Adamo ed Eva avevano paura di Dio a motivo del senso di colpa
che sentivano dentro di loro. Questo è un punto cruciale per capire
il problema del peccato. Poiché il peccato implica abbracciare
una visione distorta del carattere di Dio, essi immaginavano che il senso
di condanna che provavano venisse da Dio. Perciò avevano paura.
Non sentivano più il suo amore e la sua accettazione a causa dell’ingannevole
influenza della loro ribellione.

Il peccato è una forza che annebbia la realtà, che vela
di emozioni oscure la nostra anima. Spinge la mente a vedere Dio in una
falsa luce. Dice al cuore che Dio rigetta e condanna il peccatore insieme
al peccato… Dio condanna, sì, il peccato. Non può fare
altrimenti. Ma egli continua ad amare il peccatore. La condanna che proviamo
è nel peccato, non in Dio. Mentre Dio è l’architetto della
coscienza, egli non è l’autore della condanna e del senso di colpa.
Il modo in cui ci sentiamo verso gli altri e noi stessi in risposta al
peccato non è un riflesso accurato dei pensieri e dei sentimenti
di Dio per noi. “Se il vostro cuore vi condanna, Dio è più
grande dei nostri cuori, e conosce ogni cosa” (1 Gv 3:20). In altre parole,
dobbiamo guardare oltre la condanna che proviamo dentro di noi e vedere
che l’amore di Dio è una realtà più potente della
condanna che il peccato impone su di noi. Egli conosce ogni cosa di noi,
e tuttavia ci ama ancora… Sapere e credere che Dio ci ama senza condannarci,
anche se conosce ogni cosa di noi e odia il nostro peccato, ci libera
dal senso di colpa che ci tiene disperatamente legati.

da See with new eyes, Ty Gibson, p. 39