Bisogna portare un nome, bisogna chiamarsi Francesco o Ginevra. Ma, ancora,
bisogna che questo nome rappresenti qualche cosa per qualcuno. Un nome
che non venga mai pronunciato; un nome che non appartenga a qualcuno
non servirebbe mai a niente. Il ragazzo si chiama Francesco; ma se questo
nome non è niente per nessuno perché il papà e la
mamma si sono separati e hanno piazzato Francesco a casa di gente che
ha questo nome sulla lingua ma non nel cuore?

Lei si chiama Ginevra, ma se questo nome non è che un nome scritto
sulla buca delle lettere che resta sempre vuota, o sulla porta che resta
sempre chiusa?

E questo uomo malato e solitario che ha il suo nome negli uffici, nei
dossier e su una cartella ai piedi del suo letto, e basta?

La peggiore delle cose è portare un nome che non è niente
per nessuno, che non fa battere nessun cuore.

Ma, in realtà, ciò non può succedere. Si può essere
senza genitori, senza amici, senza un compagno: ma non si può essere
senza Dio, se non perché lo si desidera.

Nessun nome si perde sotto il cielo. Tutti sono chiamati, tutti sono
amati. «Io ti chiamo per nome – dice Dio – tu sei mio”.

Philippe Zeissig da Minute oecuménique