Francesco Zenzale – “Daniele prese in cuor suo la decisione di non contaminarsi…” (Dn 1:8).
Il racconto (Dan 1:8-21) procede con Daniele e i suoi compagni lontani circa 1.400 chilometri da casa. La loro città era stata devastata, i loro sogni spezzati dall’uragano babilonese e, come se non bastasse, erano obbligati a paganizzarsi e a snazionalizzarsi.

Il re li introduce nella sala della città più grande e più bella del mondo, con ogni genere di manicaretti, cibi appetitosi e raffinati, con un esplicito ordine a mangiare. Niente di più gradito dopo tante sofferenze e ingiustizie. Finalmente il trionfo dell’innocenza! Ma dietro a questo invito gaudioso, che richiama quello del serpente nel giardino d’Eden (cfr. Gn 3), si nascondeva l’inganno. L’illusione di essere privilegiati!

Infatti, “le vivande potevano contenere sostanze proibite dalla legge (sangue e grasso Lv 3:17; 23ss.; animali impuri 11:2-45; 20:25), provenendo poi da una tavola pagana si potevano almeno supporre offerte fatte prima agli idoli (Dt 32:38; cfr. At 15:29; 1Cor 10:21)” (P. G. Rinaldi, La Sacra Bibbia, Daniele, p. 42). Pertanto, mangiarli avrebbe significato partecipare all’adorazione e alla lode degli idoli ai quali quei cibi erano stati dedicati.

Per questi motivi “Daniele prese in cuor suo la risoluzione di non contaminarsi col cibo del re, né col vino che egli beveva” (v. 8).

Daniele era un uomo irreprensibile. Sin dalla fanciullezza aveva imparato a discerne il bene dal male, aveva capito quanto il male poteva vestire l’abito della giustizia, della ricompensa e della falsa generosità. Era un uomo come direbbe oggi mio padre “tutto d’un pezzo”. Coerente, onesto e soprattutto profondamente rispettoso di Dio e della sua volontà.

Tutti i credenti dovrebbero esserlo. Sappiamo impegnarci per il bene, per ciò che è giusto e vero, nonostante le avverse circostanze della vita?
Daniele non si lasciò comprare. Non sacrificò se stesso, la sua fede nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che indubbiamente nella circostanza risultava incomprensibile, per la convenienza e per l’onore del mondo.

Scriveva John F. Kennedy : “Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze, quali che siano gli ostacoli, i pericoli e le difficoltà, e questa è la base di tutta la moralità umana”.

E. G. White ritiene che “Il più grande bisogno del mondo è il bisogno di uomini: uomini che non si lasciano né comperare né vendere. Uomini che sono sinceri e onesti fin nell’intimo delle loro anime. Uomini la cui coscienza è fedele al dovere come l’ago della bussola è fedele al polo. Uomini che staranno dalla parte della giustizia anche se i cieli crollassero”.

Per informazioni o approfondimenti: assistenza@avventisti.it