Francesco Zenzale – Le relazioni umane sono complicate, ma quando l’invidia penetra nel cuore degli antagonisti, il divario tra gli interlocutori s’allarga, al punto tale da mettere in pericolo la stessa vita. I caldei, autoctoni, hanno mal digerito che alcuni giudei godano della fiducia del re, il quale su richiesta di Daniele affida “a Sadrac, Mesac e Abed-Nego l’amministrazione della provincia di Babilonia” (Dn 2:48-49). Essi ritengono che, in quanto stranieri, non ne abbiano il diritto. Pertanto, alla prima occasione si presentano al re e li accusano di insubordinazione: “non ti danno ascolto, non adorano i tuoi dèi e non s’inchinano alla statua d’oro che tu hai fatto erigere” (Dn 3:12).

 

Per quanto contrariato da tale accusa e avvertendo la perversità degli accusatori, Nabucodonosor decide di non fidarsi dei caldei o del sentito dire, quindi s’interessa personalmente e convoca i tre ebrei. Una bella lezione per noi. Se vogliamo preservare le nostre amicizie e cogliere la verità, dobbiamo mettere in pratica l’insegnamento di Gesù: “Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello” (Mt 18:15).

 

Purtroppo, il re deve costatare che i caldei avevano ragione. Quindi, pur sapendo che quegli ebrei non si sarebbero mai rivoltati contro di lui, per alterigia, prestigio personale e, considerato che “il fatto” è oramai di pubblica opinione e che una mancata risolutezza avrebbe dato al suo entourage l’idea di un uomo debole, impone loro di adorare la statua.

 

Ma “Sadrac, Mesac e Abed-Nego risposero al re: ‘O Nabucodonosor, noi non abbiamo bisogno di darti risposta su questo punto. Ma il nostro Dio, che noi serviamo, ha il potere di salvarci e ci libererà dal fuoco della fornace ardente e dalla tua mano, o re. Anche se questo non accadesse, sappi, o re, che comunque noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai fatto erigere’” (Dn 3:16-18).

 

Il motivo per il quale si rifiutano è facile da capire. Non è questione di cattiva volontà, né mancanza di rispetto per il re, ma un conflitto d’autorità: la sovranità dell’uomo contrapposta a quella di Dio. Un’ostilità tra due istanze, una terrena e l’altra celeste. Uno scontro fra la creatura e il Creatore, che si riverbera nel decalogo: il secondo comandamento (Es 20:3-6).

 

Come Daniele qualche anno prima, i nostri tre amici prendono “la risoluzione nel loro cuore” di restare fedeli al Signore. La loro scelta non è un colpo di testa del momento, un’insensata ostinatezza, ma semplice e intima relazione con Dio. La fedeltà non s’improvvisa. È come un frutto che fruisce costantemente della linfa dell’albero della vita ovvero da colui che è “via, verità e vita” (Gv 14:6). Essa tracima dal credente come un fiume in piena, capace di superare imprevedibili ostacoli, per poi fluire nel mare calmo dell’amore e della potenza di Dio. Perché “il nostro Dio, che noi serviamo, ha il potere di salvarci e ci libererà dal fuoco della fornace ardente e dalla tua mano, o re”.

 

Scriveva J. W. Goethe: “La fede è un capitale domestico e segreto come esistono casse di risparmio e di sovvenzione dalle quali si attinge nei giorni del bisogno per dare ai singoli il necessario; qui è il credente stesso che riscuote in silenzio i suoi interessi”.

 

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