A Babilonia, il re Nabucodonosor aveva sognato una grande statua fatta con vari metalli. Il giovane ebreo Daniele aveva rivelato il sogno e il suo significato: la testa d’oro della statua rappresentava il regno babilonese e il resto del corpo di argento, bronzo, rame e ferro indicava le potenze che gli sarebbero succedute nei secoli. Il sovrano di Babilonia, però, pur riconoscendo la potenza del Dio di Daniele, fece costruire una grande statua d’oro, per indicare che il suo regno non sarebbe mai finito, e tutti avrebbero dovuto adorarla. (La redazione)

Francesco Zenzale – Nel dicembre del 594 a.C., nel decimo anno del suo regno, Nabucodonosor dovette confrontarsi con un terribile ammutinamento nel cuore del suo stesso esercito, che fu represso immediatamente: “la mia propria mano prese i miei nemici, ne massacrai molti del mio esercito…” (Tavola cuneiforme tradotta nel 1956).

A seguito di questa rivolta è dunque possibile che il re abbia deciso di predisporre “un test di fedeltà” su grande scala, principalmente per gli alti funzionari dell’impero. A questo doveva servire la grande statua d’oro.

L’avvenimento, come consuetudine dell’epoca in ogni sistema politico o regno, era costituito da due elementi: politico e religioso. Nabucodonosor pretendeva una dimostrazione di fedeltà associata a un atto di culto (Dn 3:1-4). Il decreto era così configurato:
– era esteso a qualsiasi classe sociale;
– all’inaugurazione partecipavano i popoli delle altre nazioni;
– l’araldo imponeva ai presenti di adorare la statua;
– chiunque non si prostrava era messo a morte.

Una tale richiesta, indubbiamente, poneva i tre amici di Daniele di fronte a un problema ragguardevole, perché si trattava di scegliere di stare dalla parte di Dio senza urtare la sensibilità del re, soprattutto in base alla motivazione per cui era richiesto un gesto di assoluta fedeltà.

Non è la prima volta che i figli di Dio si trovano di fronte a un decreto di morte; perfino dei re insensati sottoposero il popolo di Dio al pesante fardello della morte. Il temerario giuramento di Saul mise in pericolo la vita del suo stesso figlio Gionatan (1Sam 14:24ss). Il re persiano Assuero emanò un decreto di morte per tutto il popolo d’Israele (Ester 3:13). Dario, nel suo delirio spirituale, costrinse l’umile Daniele nella fossa dei Leoni. Erode, il tetrarca, allo scopo di uccidere Gesù, decretò la morte degli innocenti (Mt 2:13ss). I sacerdoti deliberarono la morte di Gesù e del cristianesimo nel suo nascere e Saulo era uno degli esecutori (Atti 22:4). Gli imperatori Diocleziano, Nerone e altri perseguitarono la chiesa.

Nel Medio Evo furono perpetrate le più feroci torture contro chi non si adeguava all’autorità ecclesiale. Anche nell’ambito del protestantesimo si può cogliere un’inammissibile intransigenza. Sono passati diversi secoli e malgrado ciò, l’intolleranza riverbera nel cuore di molti religiosi. In fondo è più facile affliggere piuttosto che lasciarsi mettere in croce. Il tutto nel nome del Dio.

Coloro che attuano tali comportamenti non hanno il senso delle cose di Dio. E non è ancora finita. L’Apocalisse ci informa che negli ultimi giorni sarà emanato l’ultimo decreto di morte, da parte della “bestia” e del “falso profeta”, costringendo il popolo di Dio a una precaria esistenza e mettendolo in pericolo di morte: “E le fu concesso di fare uno spirito all’immagine della bestia, onde l’immagine della bestia parlasse e facesse sì che tutti quelli che non adorassero l’immagine della bestia fossero uccisi” (Ap 13:15).

Non dimentichiamo che: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini!” (At 5:29).

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