“Quando il dolore diventa una prestazione umana” La speranza è una delle virtù teologali commista alla fiducia che ci aiutano a guardare oltre l’orizzonte di qualsiasi situazione dolorosa che può rendere opaca la nostra già fragile esistenza. In contrasto a questo desiderio di trascendenza c’è la rassegnazione, da non confondere con l’accettazione, che esprime la comprensione e l’oggettivazione della realtà. Rassegnarsi significa lasciarsi schiacciare dalla sofferenza, soccombere alle circostanze della vita, disarticolarsi dalla realtà proiettando su di essa aspetti che prorompono dal dolore e dalla rabbia. Significa, porsi nella condizione di smettere di vivere, assumere un atteggiamento accorato tale da inibire nuove e avvincenti esperienze. Ogni giorno ci confrontiamo con esperienze dolenti che grazie alla scienza medica si superano. Disgraziatamente, ci sono anche quelle in cui la scienza è impotente e che inesorabilmente pongono fine all’esistenza. Infine, ci sono malattie che si presentano come compagne di viaggio e che “decedono” insieme all’uomo, nonostante la possibilità di un eventuale trapianto, e che innegabilmente contraggono la vita.

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