Nonostante questa unica e irrepetibile rivelazione dell’amore divino, disgraziatamente, l’uomo persiste nell’avere un’immagine di Dio frastagliata da visioni e interpretazioni contrastanti fondate su personalismi e sulle tradizioni. Come un fiume che nel suo fluire verso il mare s’inquina a causa delle ingerenze dell’uomo, anche l’immagine di Dio, nel corso dei secoli, è stata alquanto deturpata da visioni soggettive e culturali. Da una parte si accetta il Dio d’amore, misericordioso, capace di essere vicino all’uomo come nessuno mai, dall’altra l’immagine che affiora dall’immaginario collettivo è quella di un essere intransigente, inflessibile, bisognoso di sacrifici, promesse (voti), di pellegrinaggi e di intercessori (i santi) per effondere le sue benedizioni con il conta gocce considerata l’immensa sofferenza che versa l’umanità. Un Dio che manda il male per il bene supremo ed eterno; e che in qualche modo “gioca” con la sofferenza e con le lacrime della povertà esprimendo i suoi giudizi tramite maremoti, carestie, disastri di vario genere, ecc.. E così, di fronte ad una disgrazia, esclamiamo: «Dio se l’è preso!»; ad una calamità, gridiamo: «è un giudizio divino»; ad una particolare sgradevole situazione, con senso di frustrazione, affermiamo: «sia fatta la volontà di Dio»; un modo come tanti altri per venir meno alle proprie responsabilità e ad una sana autocritica sull’esclusione di Dio dalla nostra vita personale e sociale.

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