L’insieme degli insegnamenti che emergono dalla lettura di questi salmi presentano l’uomo, che uomo non è, «che aspira ad avere cose e a soggiogare persone, fino a schiavizzare i propri figli e chi con lui divide la vita. Ammalato di successo, attento solo ad apparire […] Un uomo che, per esistere visibilmente, diventa un falsario, un fedi­frago, un infedele, un incoerente e che subito trova una filosofia che fa della flessibilità una dote e della coerenza una malattia, una rinuncia al mercato dell’im­porsi e dunque dell’esistere. Un uomo che considera la saggezza una triste modalità di rappresentare la pro­pria incapacità a vivere in questo mondo […] Un uomo attaccato solo al presente, che così cancella l’eterno e il senso o il dramma della morte, e riduce la vita a una serie di momenti, uno staccato dall’altro, cia­scuno con un proprio non-senso». Un uomo che si sente eterno e ignora di poter morire fra un attimo, che come il ricco stolto della parabola esclama: «Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; riposati, mangia, bevi, divèrtiti» (Luca 12:19) è un pagliaccio ubriaco con i lineamenti di uomo. Un uomo che non si rende conto che la vita è come un labirinto in attesa di essere immolata da un destino ineluttabile: la morte, che è confezionata con la vita, è parte dello stesso esistere: per non morire non dovevamo nascere.

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