La conversione è un ritorno alla vita: a Dio, come Dio benigno e clemente e non un ritorno ad una dottrina su Dio. É un atto di fiducia, di abbandono, di reintegrazione delle relazioni normali, che erano state interrotte con Dio. La conversione non è un fatto statico, ma un processo spirituale, che se è particolarmente intenso all’inizio, continua a produrre una trasformazione graduale nella vita del cristiano, fino alla gloria finale (Ef 4: 23-24). La conversione è, allontanamento dal male (Ger 18:8) e conversione al Signore, indica il moto spirituale del pensiero umano verso Dio. Conversione è compito che l’uomo deve assumersi responsabilmente davanti a Dio in rapporto ai suoi atti. É atto di ubbidienza, risposta umana all’appello di Dio, di accogliere l’offerta della grazia. Dunque, la conversione non è espressione di decisione umana, ma è possibilità accordata da Dio all’uomo come dono escatologico di grazia. Convertirsi, come risposta a un appello ricevuto, significa rivolgersi alla fonte dell’appello, prima ancora che allontanarsi da tutto il resto. (Mt 3:2; 4:17; Lc 14:33). Non è un pio sentimento o un mutamento di sentimenti. É qualcosa di più profondo. É un volgere le spalle a tutto il passato, è l’inizio di un cammino nuovo. Significa volgersi alla luce che apparsa in Gesù, significa rendersi conto della realtà del regno di Dio, vedere che c’é e di conseguenza riorientare tutta la propria vita su una nuova direzione, mettendosi sul cammino nuovo che Gesù, primo uomo, ha percosso. Significa smettere un passato per accettare l’oggi comunque e dovunque si manifesti. É una trasformazione di natura. É ritorno alla vita, alla casa del Padre. É ritorno del peccatore (Lc 15:24-32).

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