Essere singolo è uno stato transitorio, o almeno lo si spera. Lo è stato per me che ho vissuto da solo per circa otto anni. Lavoravo per uno, cucinavo per uno, facevo le compere per uno; decidevo da solo senza essere messo in discussione e nessuno mi rimproverava se tornavo a casa in una certa ora. Non avevo, apparentemente, bisogno di nessuno. Non appartenevo ad un “noi”, ma a me stesso e quando mi valutavo, chiedendomi chi sono, non avevo l’appoggio di qualcuno né una spalla su cui lenire le mie ferite. Non ricevevo uno sguardo d’amore di un’altra trasmettendovi valore e senso di appartenenza. Appartenevo al mondo, forse a me stesso, ma non a qualcuno. L’altro era la mia immagine riflessa nello specchio. Gli stessi occhi, lo stesso sguardo, ecc., ero sempre io che dovevo decidere se mi piaceva quel che vedevo. L’altro ero io! E, come narciso, si rischia di non riuscire più a distanziarsi da se stessi dovutamente, al punto di non avvertire, nel tempo, il bisogno dell’altro e mentre ci si guarda in uno specchio d’acqua, ci si vede come altro e quindi ci si innamora di se stessi.

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