Sapere, sia pure parzialmente, quello che accadrà domani, dopodomani, fra un mese, un anno, cento anni, in altre parole avere il potere sollevare il velo che nasconde l’avvenire è sempre stato insito nel pensiero umano, soprattutto nei momenti difficili, quando si è sballottati fra l’inquietudine e la speranza, come se la prescienza libera dagli affanni della vita. Sin dall’antichità uomini e donne, re e popoli, ovunque si sono sforzati di svelare il mistero dell’avvenire. Quasi ogni nazione aveva i suoi savi e indovini. Chi non conosce i versi sibillini, le profezie di Nostradums (Michel de Notre-Dame: 1509-1566), le profezie di Malachia, il terzo messaggio di Fatima, ecc. Un dato di fatto che accomuna tutti questi scritti è il linguaggio enigmatico, impreciso, oscuro e non di rado a doppio senso, il che permette ai vari interpreti di trovare negli eventi quali che essi siano la loro giustificazione. Le predizioni umane sono illusorie, false, inutili, vane e non reggono la prova del tempo. Esse non ci sono di nessun aiuto nel cercare di attenuare l’angoscia del futuro, perché sono continuamente smentite da rapidi e inattesi avvenimenti e pertanto sono suscettibili di ogni sorta di interpretazione.

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