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TESTI DI DIFFICILE COMPRENSIONE

Il battesimo per i morti: 1 Corinzi 15:29

Il testo in questione è un hapax, cioè è un’affermazione che ricorre una sola volta. Non avendo altri parametri cui far riferimento, diventa impossibile stabilire una prassi o una credenza basandosi su un singolo testo. Il brano presenta una sua complessità interpretativa perché farebbe riferimento a una pratica assente nel Nuovo Testamento, cioè il battesimo per procura. Le interpretazioni contraddittorie sono oltre la quarantina e questa molteplicità di soluzioni proposte dimostra l’incapacità di indicare una parola conclusiva e finale. 1. Il contesto Per prima cosa occorre esaminare il contesto letterario in cui è inserita questa breve affermazione. L’argomento esaminato nel capitolo 15 è la realtà della risurrezione di Cristo e per conseguenza l’insegnamento relativo alla risurrezione dei morti. Dopo aver presentato una serie di fatti concreti circa le testimonianze di coloro che hanno avuto l’apparizione del risorto, Paolo inizia un «ragionamento per assurdo» mostrando quanto siano inutili la fede, la predicazione del Vangelo, la missione apostolica e perfino l’essere esposti alla persecuzione, se, come dicono alcuni, Cristo non sia risorto dai morti. Se, per assurdo, non esistesse la risurrezione, meglio sarebbe godersi la vita, mangiare e bere «perché domani morremo» (v. 32); perché affrontare inutilmente il rischio della persecuzione e della morte se non c’è risurrezione? (v. 30,31). «Altrimenti, che faranno quelli che sono battezzati per i morti»? (v. 29). 2. Battesimo per i morti L’interpretazione più comune è che qui Paolo, senza schierarsi né a favore né contro, prenda atto che esiste, nella chiesa apostolica, la pratica del battesimo a favore del credente defunto. Questo strano battesimo si operava in Africa al tempo di S. Agostino (cfr. Patrologia Latina 45, 1597), citato anche da Fulgezio (cfr. PL 65, 379). È altresì presente in Germania tra il 1000 e il 1025 (cfr. PL 140. 734) e in molte sette ereticali. Oggi viene praticato dalla Chiesa di Gesù Cristo degli ultimo tempi a favore dei propri parenti defunti e non convertiti. Il problema è che, leggendo in questo modo il testo di Paolo, si darebbe per scontato che il battesimo vicario, pratica eretica tardiva, risalirebbe al periodo apostolico. Ciò non può essere provato. Angel Manuel Rodriguez (The Baptism for the dead, http://www.adventistbiblicalresearch.org/Biblequestions/baptismforthedead.htm) afferma che non esiste alcuna prova che il battesimo per procura sia praticato nel periodo apostolico, che non troviamo nell’insegnamento di Paolo relativo al battesimo il concetto secondo cui senza il battesimo non c’è salvezza e che il battesimo richiede un’adesione personale che il defunto non può più fare. Questo è sufficiente per poter escludere che si tratti di un «battesimo per procura». Come possiamo allora comprendere questa affermazione dell’apostolo? 3. Tentativi di spiegazione Occorre tenere presente due punti importanti per comprendere questo passo: a. Paolo parla della risurrezione e ogni soluzione deve avere una correlazione con questo tema centrale di 1 Corinzi 15. b. L’interpretazione deve essere coerente con una corretta traduzione dell’espressione «per i morti» (huper ton nekron). È generalmente assodato che la preposizione huper (per) può significare anche «da parte di», «a nome di», «per amore di…». Tre possibili tentativi di spiegazione possono essere suggerite. a. Battezzati in vista della risurrezione. Foschini (Those who are baptized for dead, The Hofferman Press, Vorcester, 1951, p. 132) propone una traduzione che utilizza una punteggiatura diversa. Traduce così: «Altrimenti, che faranno quelli che sono battezzati? Per i morti? Se i morti assolutamente non risorgono, perché ci si battezza? Per essi?». Egli spiega: «Paolo parte dalla premessa innegabile che si diventa cristiani non per godere della vita presente, ma per la speranza di quella futura. Ora nell’oltretomba si danno due possibili ipotesi: quella della morte eterna e quella della vita eterna. A quei cristiani di Corinto che negavano la risurrezione e la vita eterna, l’apostolo dunque domanda: “Ebbene, se non c’è la vita eterna, che fanno quelli che ricevono il battesimo? Si battezzano per i morti? Se i morti non risorgono affatto, perché ci si battezza? Per essi?”, cioè per diventare, per raggiungere i morti che mai risorgeranno? Con questa assurda ma necessaria conclusione, l’apostolo prova ai suoi avversari l’incongruenza di essere cristiani e di negare la risurrezione e la vita eterna». È evidente che in questo modo Foschini elimina il battesimo per i morti. b. Battezzati dopo la morte di un parente cristiano. Un’altra possibilità, sostenuta da diversi commentatori, è che coloro che «si fanno battezzare per i morti» sono i parenti e gli amici di un credente defunto e che, per il desiderio di incontrarlo alla risurrezione, abbracciano la fede cristiana e si convertono a Cristo, accettando il battesimo. Il loro battesimo diventerebbe «per amore dei» morti in quanto, con la loro scelta, rispondono al desiderio della persona cara che è venuta a mancare. È successo più di una volta che il decesso di una mamma credente o di un parente stretto abbia fatto riflettere un figlio o una figlia a tal punto da incominciare un percorso di fede che si conclude con la scelta del battesimo. In tal senso l’apostolo avrebbe potuto riferirsi a queste persone con il termine della conversione per amore dei morti e non certamente quello del «battesimo per i morti». c. Il battesimo è usato in modo figurato. Altri commentatori attribuiscono un senso figurato al battesimo, che indicherebbe l’esposizione al pericolo o alla morte come in Matteo 20:22 e in Luca 12:50. In questo caso «quelli che sono battezzati» si riferisce agli apostoli, costantemente esposti alla morte, annunciando il messaggio della risurrezione (1 Cor 4:9-13; Rm 8:36; 2 Cor 4:8-12). Ai versetti successivi (v. 30-32), Paolo pone le domande: «E perché anche noi siamo ogni momento in pericolo? Ogni giorno esposti alla morte… Se soltanto per fini umani ho lottato con le belve a Efeso, che utile ne ho?». In questo caso «i morti» sarebbero i credenti defunti (di cui si parla ai vv. 12-18), ma potenzialmente, ogni credente vivente, che, secondo alcuni membri di Corinto, non avevano alcuna speranza di fronte alla morte (vv. 12 e 19). Il v. 29 potrebbe essere parafrasato in questo modo: «Ma se non c’è risurrezione, che cosa farebbero i messaggeri del Vangelo, se essi continuamente affrontano la morte al posto di uomini che sono destinati a perire?». È pura follia (v. 17) e inanità per loro affrontare la morte «se i morti non risorgono» (vv. 16,32). Il continuo coraggio degli apostoli di fronte alla morte è l’eccellente dimostrazione della fede nella risurrezione. Conclusione Non è possibile giungere a una conclusione; il testo non è chiaro. Su un punto invece possiamo stare sereni: il testo non propone il battesimo per procura. Non è possibile battezzarsi al posto di parenti o amici deceduti al fine di renderli partecipi della salvezza eterna. Il Nuovo Testamento afferma che il battesimo è preceduto da una fede personale in Gesù Cristo e che chi si battezza testimonia personalmente della confessione dei peccati (cfr. Atti 2:38; 8:3,37; Ezechiele 18:20-24; Giovanni 3:16; 1 Giovanni 1:9). Neppure gli uomini definiti «giusti» possono salvare loro stessi (Ezechiele 14:14,16; Salmo 49:7), figuriamoci se possono salvare dei defunti!

(Giuseppe Marrazzo)

Ha indurito loro i cuori: Giovanni 12:40

Gesù in Giovanni 12:40, cita il profeta Isaia: 6: 10. Il contesto immediato in cui si situa l’enunciato di Isaia, è quello relativo alla vocazione del profeta preceduta da una serie di dichiarazioni relative allo stato spirituale d’Israele e il suo castigo (capitoli 1-5; 6:1-9). Da una parte abbiamo Israele che si è allontano da Dio, la sua condizione spirituale è tale che l’esilio è inevitabile; dall’altra, Dio che cerca di salvare il salvabile, inviando il profeta Isaia, il quale è chiamato a svolgere un’opera il cui risultato sarebbe stato deludente a causa dell’ostinazione del popolo. Il Signore in qualche modo avverte il profeta che la sua predicazione non avrebbe avuto il risultato sperato e che pertanto non deve cadere della trappola dell’illusione. Nell’undicesimo versetto il profeta pone una domanda al Signore. «Fino a quando Signore», sottinteso la situazione spirituale rimarrà cosi. La risposta che il Signore da, una parte conferma l’irreversibilità dell’esilio babilonese, dall’altra, che tutto ha un tempo limitato, pari alla durata del castigo. In breve e con semplicità, i versetti 9 e 10, esprimono una presa d’atto da parte di Dio dello stato spirituale del popolo e la necessità di essere purificato mediante castigo; e nel contempo rivelano un Dio che tiene sotto controllo la situazione, ma senza violare la libertà di scelta dell’uomo. In Giovanni 12: 30-40, la situazione è analoga. Il popolo vive nelle tenebre, la luce arriva, ma la rifiutano, e pertanto Gesù ne prende atto e cerca di salvare il salvabile sapendo che il castigo sarebbe arrivato: Gerusalemme, ancora una volta sarebbe stata distrutta, e soprattutto Israele non sarebbe più stato il popolo eletto: un nuovo popolo sarebbe sorto dalle ceneri di un popolo che avrebbe rifiutato il Messia. L’espressione “E l’Eterno indurì il cuor…” va compresa tenendo conto della cultura del tempo, del monoteismo e della preconoscenza di Dio. Quando si tiene conto di questi aspetti si evince che tale espressione è semplicemente una presa d’atto da parte di Dio nei confronti dell’uomo che è in rivolta conto Dio e che forse ha peccato contro lo Spirito Santo e che pertanto non c’è più nulla da fare per la conversione. Ad esempio: «E l’Eterno indurì il cuor di Faraone» equivale: Dio ha preso atto che nonostante i ripetuti inviti alla conversione, per il Faraone non c’era più nulla da fare, perché il Faraone aveva indurito il suo cuore.

Dalla vita alla morte – Giovanni 5:24

In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. (Giovanni 5:24). Un fattore decisivo nel giudizio finale sarà determinato dalla risposta che una persona darà a Cristo. Il Salvatore ha detto: «Chi mi respinge e non riceve le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunziata sarà quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno» (Gv 12:48). Le stesse parole di Cristo che danno vita eterna a chi le accetta (cfr. Gv 13:8), portano la morte eterna a coloro che le rifiutano: «In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» (Gv 5:24; 3:36). L’affermazione «non viene in giudizio» (krisis) non significa che il caso dei salvati non venga considerato nel giudizio finale, poiché «tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo» (2 Cor 5:10; Rm 14:10). «Giudizio» significa l’opposto della «vita» eterna in Giovanni 5:24. Così, il significato del testo deve essere questo: i credenti non saranno condannati nel giudizio finale a motivo del loro costante «sentire» e «credere» (tempo presente in greco) in Cristo. Il sostantivo greco usato qui per giudizio (krisis) è spesso usato con il significato di condanna (Gv 3:19; 5:29; 2 Ts 2:12). Paolo esprime la stessa opinione con una parola congiunta quando dice: «Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù» (Rm 8:1). Coloro che accettano Cristo non sono sotto alcuna condanna, né nella vita presente né nel giudizio finale, perché hanno ricevuto sia il perdono dei loro peccati sia la grazia di adempiere nella loro vita il «comandamento della legge» (Rm 8:4).

Cibi puri e impuri – Romani 14

«Uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l’altro che è debole, mangia legumi. Colui che mangia di tutto non disprezzi colui che non mangia di tutto; e colui che non mangia di tutto non giudichi colui che mangia di tutto, perché Dio lo ha accolto … Io so e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro in sé stesso; però se uno pensa che una cosa è impura, per lui è impura» (Romani 14: 2, 3, 14). Se noi applichiamo la formula: «nulla è impuro in sé stesso» nel senso rigorosamente letterale, mettiamo l’apostolo Paolo in contraddizione con se stesso. Difatti, più avanti, l’apostolo, riconosce che certe cose sono realmente impure quando egli cita Isaia 52: 11: «Perciò, uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’impuro; e io vi accoglierò» (2 Corinzi 6: 17). La pratica religiosa dall’astensione della carne sacrificata agli idoli era largamente diffusa nel mondo antico, soprattutto nel mondo giudeo – cristiano. Infatti, i credenti di Roma erano turbati proprio come la comunità di Corinto, perché ritenevano che mangiare della carne che era stata offerta agli idoli, significasse in qualche modo contaminarsi e commettere idolatria. Nella lettera ai Corinzi l’apostolo Paolo scrive: «Quanto dunque al mangiar carni sacrificate agli idoli, sappiamo che l’idolo non è nulla nel mondo, e che non c’è che un Dio solo. Poiché, sebbene vi siano cosiddetti dèi sia in cielo sia in terra, come infatti ci sono molti dèi e signori, tuttavia per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo. Ma non in tutti è la conoscenza» (1 Corinzi 8: 4-7). Notiamo bene il modo in cui Paolo affronta il problema: «… alcuni, abituati finora all’idolo, mangiano di quella carne come se fosse una cosa sacrificata ad un idolo; e la loro coscienza, essendo debole, ne è contaminata. Ora non è un cibo che ci farà graditi a Dio; se non mangiamo, non abbiamo nulla di meno; e se mangiamo non abbiamo nulla di più. Ma badate che questo vostro diritto non diventi un inciampo per i deboli. Perché se qualcuno vede te, che hai conoscenza, seduto a tavola in un tempio dedicato agli idoli, la sua coscienza, se egli è debole, non sarà tentata di mangiar carni sacrificate agli idoli? Così, per la tua conoscenza, è danneggiato il debole, il fratello per il quale Cristo è morto» (1Corinzi 8: 7-11). Secondo l’apostolo Paolo, l’uomo forte o maturo, nel senso spirituale, è colui che mangia della carne che era stata prima sacrificata alla divinità, senza alcun timore, perché è consapevole della non esistenza degli idoli. Per lui anche se un alimento è stato offerto ad un idolo pagano, non cambia nulla, perché egli non ci crede. L’uomo debole è invece chi «mangia solo legumi». Ovvero, una persona, forse, da poco convertita che non ha ancora superato completamente il suo timore verso le sue antiche divinità. Pertanto riteneva che mangiare della carne che era stata prima sacrificata agli idoli, significasse partecipare ad culto idolatra. Gli alimenti in sé erano puri, ma per lui, a causa della sua conoscenza debole, erano Koinos, ovvero impuri, immangiabili. In romani 14: 14, Paolo dice che non c’è nulla di impuro in sé sesso, e che ciò che si ritiene impuro è dovuto al fatto che i neofiti, in qualche modo sono ancorati alle divinità pagane: una specie di superstizione. Concludendo, ambedue i gruppi: i deboli e i forti, restano nell’ambito della fede, ma i vegetariani sono deboli nella fede, ossia non hanno ancora la forza di affrontare la libertà che il cristiano possiede in Cristo come fanno invece gli altri che Paolo chiama «forti»; i primi sono «deboli» perché sono ancora ancorati a reminiscenze pagane, che condizionano la loro libertà acquisita in Cristo. La differenza non sta nella natura della carne, ma piuttosto nello spirito e nella comprensione dell’insegnamento evangelico. È una semplice questione di maturità spirituale.

Cibi puri e impuri – Marco 7

«Non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa contaminarlo; sono le cose che escono dall’uomo quelle che contaminano l’uomo». Marco 7: 15 (Matteo 15: 11) La dichiarazione di Gesù si situa in un contesto di una disputa a proposito della legge cerimoniale, propriamente: le abluzioni delle mani prima di mangiare. Infatti, il modo di comportarsi dei discepoli (vers. 1-2) suscita la domanda dei farisei (vers. 5) – spiegata da Marco in un inciso (vers. 3-4). In primo luogo, Gesù non risponde a tono, ma allarga il discorso smascherando l’ipocrisia dei fa¬risei, citando anzitutto il profeta Isaia (vers. 6-7), e denunciandoli poi apertamente di svuotare e tradire la parola di Dio per seguire prescrizioni umane. Nei versetti 9-13, Gesù ri¬prende ancora più duramente l’invettiva contro i farisei: ripetendo la denuncia di fondo già espressa, espone un esempio della aberrante mentalità farisaica – il giuramento del Korbàn -, mettendone in risalto la grettezza e meschinità anche nei riguardi delle persone; conclude ripetendo per la terza volta il grave rim¬provero. Come si può facilmente dedurre, da una parte abbiamo i farisei che rimproverano i discepoli perché non si lavano le mani prima di «toccare cibo», una pratica puramente rituale e non sanitaria; dall’altra troviamo Gesù che biasima il comportamento dei farisei perché questi ne combinano una più grossa: «tralasciano il comandamento di Dio» per la «tradizione» umana. Egli mostra loro l’incongruenza dell’utilizzo del «Korbàn» (offerta a Dio), che permetteva loro di sottrarsi dall’osservanza del quinto comandamento (vers. 7.13). In questo contesto, che chiaramente non ha nulla a che fare con le prescrizioni sanitarie, ma cultuali e farisaiche, Gesù dichiara: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa contaminarlo» (vers. 15). Più tardi i discepoli lo interrogano sul senso di questa parabola e Gesù risponde: «Egli disse loro: «Neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che dal di fuori entra nell’uomo non lo può contaminare, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e se ne va nella latrina?» Così dicendo, dichiarava puri tutti i cibi. Diceva inoltre: «È quello che esce dall’uomo che contamina l’uomo; perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo invidioso, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono dal di dentro e contaminano l’uomo» (Marco 7: 18-23). La medesima risposta la troviamo in Matteo 15: 16-20, dove però viene omessa la frase del vers. 19 di Marco: «dichiarava puri tutti i cibi» dal greco «kathariz?n panta br?mata» che significa letteralmente: «purificati tutti gli alimenti». «Non capite che tutto quello che entra nella bocca va nel ventre ed è poi espulso nella latrina? Ma ciò che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è quello che contamina l’uomo. Poiché dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi, adultèri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni. Queste sono le cose che contaminano l’uomo; ma il mangiare con le mani non lavate non contamina l’uomo». Quali alimenti Gesù ha dichiarato puri? Gesù dichiara puri, gli alimenti che secondo la legge si potevano mangiare, ma che per i farisei diventavano impuri o contaminati per la mancata purificazione delle mani. Infatti, i Farisei rimproverano i discepoli di mangiare con le mani impure, ovvero non lavate e, Gesù Cristo cerca di far capire che questa negligenza è del tutto umana e non rende impuri gli alimenti, quindi non contamina l’uomo. L’abluzione delle mani prima di mangiare era una semplice tradizione umana, ma i farisei l’avevano trasformata in un rito religioso.

Uccidere l’anima – Matteo 10:28

«E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna». (Matteo 10:28) «kai mê fobeisthe apo tôn apoktennontôn to sôma, tên de psuchên mê dunamenôn apokteinai; fobeisthe de mallon ton dunamenon kai psuchên kai sôma apolesai en geennêi». Questo testo non serve per provare l’immortalità dell’anima, poiché la seconda parte del versetto dice: “temete piuttosto colui che può far perire e l’anima e il corpo nella geenna” (Mt. 10: 28). L’insegnamento di Gesù qui è che gli uomini possono solo mettere in pericolo alla nostra vita attuale, ma non quella spirituale, meglio la nostra relazione con Dio. Dio tiene nelle sue mani la nostra vita eterna (Giovanni 10:28). Infatti, al ritorno di Cristo i credenti risusciteranno con un corpo incorruttibile, nel senso che Dio ricostruirà l’integrità del nostro essere nella resurrezione, ma con un corpo glorioso, non più soggetto alla malattia, alla sofferenza e alla morte (1Corinzi 15: 51-54). Edward William Fudge osserva giustamente che «L’avvertimento di nostro Signore è chiaro: la capacità dell’uomo di togliere la vita si limita al corpo e solo nel tempo presente. La morte che l’uomo infligge non è finale, perché Dio chiamerà i morti dalla terra e darà ai giusti l’immortalità. La capacità di Dio di uccidere e distruggere è senza limite, va ben oltre l’aspetto fisico e il presente. Dio può distruggere il corpo e l’anima, ora e nell’avvenire» (E.W. FUDGE, The Fire That Consumes, Houston, 1989, p. 177). Luca riporta le parole di Gesù, tralasciando il riferimento all’anima: «Non temete quelli che uccidono il corpo ma, oltre a questo, non possono far di più. Io vi mostrerò chi dovete temere. Temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella geenna. Sì, vi dico, temete lui» (12:4,5). Luca tralascia l’anima (psyche) e si riferisce invece alla persona intera che Dio può distruggere nella geenna. È possibile che l’omissione del termine anima sia stata intenzionale per impedire un malinteso nei lettori non ebrei abituati a considerare l’anima come una componente indipendente e immortale che sopravvive alla morte. Per rendere chiaro che niente sopravvive alla distruzione di Dio, Luca omette di parlare dell’anima. Quando si tiene presente il concetto di anima così come Cristo lo ha ampliato, allora il significato delle sue parole diventa più chiaro. Uccidere il corpo significa togliere la vita presente sulla terra. Ma questo non uccide l’anima, cioè la vita eterna ricevuta da quelli che hanno accettato la salvezza di Cristo. Togliere la vita presente significa mettere una persona a dormire, ma una persona non è totalmente distrutta fino alla «morte seconda» (Apocalisse 20) Il significato delle parole di Gesù (cfr. Mt 10:28), è illustrato dalla sua dichiarazione in merito alla figlia di Iairo: «La bambina non è morta, ma dorme» (Mt 9:24). In realtà, era effettivamente morta («uccidere il corpo») ma, siccome doveva svegliarsi alla risurrezione, si poteva giustamente dire che dormisse. Nello stesso modo, tutti i defunti sono in attesa del loro destino finale: se hanno vissuto in favore o contro Cristo Gesù essi potranno ottenere la salvezza eterna o la perdizione eterna. Quest’ultima costituisce la distruzione del corpo e dell’anima nella geenna di cui parla Gesù. In breve, l’antropologia ebraica è caratterizzata dall’assenza del dualismo anima corpo. In ebraico, l’anima è l’uomo nella sua interezza. Non è possibile affermare che l’uomo abbia un’anima, ma piuttosto che egli è un’anima. Essa è, dunque, il complesso di tutta la personalità, dell’individualità dell’uomo, perciò anima può equivalere ad io stesso, tu stesso.

L’uomo ricco e il povero Lazzaro: Luca 16:19-31

Il testo è solo un racconto, una parabola che Gesù presenta per trarre un insegnamento religioso. Di simili parabole Gesù ne ha raccontate molte. Esse sono degli esempi che Gesù ha utilizzato per evidenziare il parallelismo con il regno del Padre (Matteo 13). Con la parabola del ricco epulone e di Lazzaro, Gesù non ha voluto dare un’informazione sullo stato dei morti, ma evidenziare come la morte fissa definitivamente la conseguenza del proprio stile di vita, delle scelte fatte, perché solamente durante la vita si prendono le decisioni che hanno una conseguenza eterna. Questo passo è inserito nel contesto del racconto della parabola “dell’economo infedele”; al versetto 14 leggiamo: «Anche i Farisei, che erano avari, stavano ad ascoltare tutte queste cose e si burlavano di lui». E il versetto 15 continua: «…Dio conosce i vostri cuori, poiché ciò che è in onore fra gli uomini è in abominazione davanti a Dio». E qui, di seguito, è narrata la parabola «dell’uomo ricco e del povero Lazzaro». Il povero muore e della sua sepoltura non leggiamo niente. Ma quando muore il ricco, egli è “sepolto”. Oggi diremmo: ebbe una sepoltura con tutti gli onori, montagne di fiori e commoventi scene di commiato. Alla morte dei due personaggi della parabola, l’ingiustizia di questo mondo ha il sopravvento, ma per l’ultima volta. Poi le cose cambiano. Infatti, quando Gesù ritornerà, molti di questi “Lazzaro”, che hanno patito tante ingiustizie nella loro vita, dopo essere stati resuscitati saranno raccolti dagli angeli e vivranno nel regno di Dio (Matteo 24:31; 1Tessalonicesi 4:13-18), dove potranno finalmente essere felici. Anche i “ricchi”, come quello della parabola, saranno svegliati, ma solo per ricevere la condanna, conseguenza della loro vita depravata e senza Dio (Giovanni 5: 28-29). Sembra che i versetti 22 e 23 siano difficili da capire, ma non è così. In base al testo originale, possiamo rendere così la frase: «il ricco morì e fu sepolto nell’Hades (tomba). Quando alzò gli occhi, essendo nei tormenti…». Ora, trattandosi di una parabola, di un racconto allegorico, è importante cogliere l’insegnamento centrale, evitando di prendere alla lettera i gesti o i personaggi allegorici. Ad esempio, quando Gesù raccontò la parabola del seminatore, non intendeva certo dare lezioni in agraria, e con la parabola del lievito, non voleva davvero insegnare a fare il pane. Così pure, nella similitudine del ricco e del povero, era ben lungi dal volere parlare delle condizioni dell’uomo dopo la morte. Stiamo dunque ben attenti a non interpretare le parole di Gesù diversamente da come sono state espresse. Gesù vuole dire ai farisei che tutte le ricchezze del mondo non serviranno a nulla se non ci si è convertiti sulla terra, in questa sola vita. Non si può comprare il Regno dei Cieli. Nei versetti 27-31, Gesù dice ancora che i Farisei sono ciechi riguardo alla parola di Dio e talmente impenitenti che «…non crederebbero neanche se alcuno risuscitasse dai morti». E proprio questo avvenne poco tempo dopo, quando Lazzaro, fratello di Marta, risorse (Giovanni cap. 11). Questo miracolo irritò in modo tale i Farisei, che decisero di far morire Gesù e anche Lazzaro (Giovanni 11: 52; 12:10). E cosa cambiò nella loro vita, dopo la resurrezione dello stesso Cristo? Con menzogne cercarono di nascondere la verità (Matteo 28: 11-25). Ecco, in breve, gli insegnamenti della parabola: 1. Dio giudica ricchi e poveri diversamente da come lo fanno gli uomini. 2. Avarizia e superbia sono severamente condannate. 3. Solo il tribunale di Dio renderà piena giustizia. 4. I vantaggi della ricchezza sono di corta durata. 5. Dopo la morte non c’è possibilità di conversione. 6. La testimonianza della Scrittura è sufficiente per la salvezza. 7. La parabola non vuole in nessun modo dare informazioni sul tempo che scorre tra la morte e la resurrezione. 8. Anche se, per assurdo, un vivente dovesse ricevere informazioni e istruzioni da un defunto, quest’ultimo dovrebbe prima resuscitare. Ciò significa che un vivente non può mettersi in contatto con nessun defunto, poiché la resurrezione di tutti è un evento della fine dei tempi. Gesù risponde al pensiero di sempre: l’accettazione dell’Evangelo, la conversione, il cambiamento di vita avviene in seguito a un avvenimento straordinario: «Ah, se Lazzaro potesse risuscitare e andare in casa di mio padre! Vedendolo, i miei fratelli, i miei familiari si convertirebbero e cambierebbero vita», pensava il ricco epulone. Gesù, rispondendo a chi si identificava con il pensiero del ricco, mette nella bocca del padre Abrahamo «che in fede morì… senz’aver ricevuto le cose promesse, ma avendole vedute e salutate da lontano» (Ebrei 11:13), le seguenti parole: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscitasse» (Luca 16:31). In altre parole, gli israeliti avevano tutto quanto era loro utile per ravvedersi, avevano la Parola di Dio annunciata da Mosè e dai profeti. I segni, le opere potenti, la risurrezione stessa di un morto, non conducono alla conversione coloro che sono avvezzi nei piaceri e nella loro opposizione a Dio. In breve, in questa parabola Gesù ha utilizzato un racconto popolare, non certo per dargli la sua approvazione quanto piuttosto per imprimere nelle menti dei suoi ascoltatori un’importante lezione spirituale. Merita qui sottolineare che anche nella parabola precedente del fattore infedele (Lc 16:1,12), Gesù si serve di un racconto che non rappresenta l’etica biblica. Da nessuna parte la Bibbia approva l’operato di un amministratore disonesto che dimezzi i debiti arretrati dei creditori per ottenere un beneficio personale. La lezione della parabola può essere un invito a farsi degli amici per se stessi (Lc 16:9) e non certamente a imbrogliare negli affari. John W. Cooper riconosce che la parabola dell’uomo ricco e di Lazzaro «non dice necessariamente ciò che Gesù o Luca credevano circa la vita ultraterrena, né fornisce una base per la dottrina sullo stato intermedio. Gesù ha usato un’immagine comune semplicemente per comunicare meglio il suo insegnamento etico. Non vuol dire che egli condividesse questo racconto né che credesse nel suo contenuto». J.W. COOPER, Body; soul, and Life Everlasting: Biblical Anthropology and the Monism-Dualism Debate, Grand Rapids, p. 139 Cooper pone la domanda: «Che cosa dice questo episodio circa lo stato intermedio?». Risponde nettamente e onestamente in questo modo: «La risposta è niente. La causa dualista non può appoggiarsi a questo brano per sostenere la sua tesi». Ibidem Non si devono mai trarre conclusioni dogmatiche da una parabola, pertanto facciamo tesoro degli insegnamenti di questa parabola, e ricordiamoci che il nostro destino si adempie in questa vita, a seconda dell’atteggiamento che assumiamo nei confronti della Parola di Dio.

Le anime sotto l’altare: Apocalisse 6:9-10

In Apocalisse 6:9-10, troviamo un’immagine familiare del culto d’Israele, precisamente l’altare degli olocausti, che si trovava nel cortile del tempio, dove il sangue della vittima, «dell’agnello», simbolo della giustificazione per fede, doveva essere versato per terra, letteralmente «sotto l’altare» (Lv 4:7). Questo testo è spesso citato per sostenere che le «anime» dei santi vivono nel cielo, dopo la morte, come spiriti coscienti. Per esempio, Robert Morey con convinzione afferma: «Le anime sono gli spiriti disincarnati dei martiri che gridano a Dio per ottenere la vendetta sui loro nemici… Questo passo ha da sempre creato grande difficoltà a coloro che negano che i credenti ascendano al cielo dopo la morte. Nel linguaggio di Giovanni, è chiaro che queste anime sono consapevoli e attive nel cielo». (R.A. MOREY, p. 214. cit. da Bacchiocchi Samuele, op. cit. p. 229). Quest’interpretazione, però, ignora che i ritratti apocalittici non sono stati intesi come fotografie di realtà concrete, ma rappresentazioni simboliche di realtà spirituali quasi inimmaginabili. A Giovanni non è stata data una visione di come in effetti realmente sia il cielo. È evidente che non possano esservi nel cielo cavalli bianchi, rossi, neri o pallidi con cavalieri marziali. Non è pensabile che Cristo possa apparire in cielo nella forma di un agnello con una ferita sanguinante (Ap 5:6). Allo stesso modo, nel cielo non esistono «anime» di martiri pigiate alla base dell’altare. L’intera scena è semplicemente una rappresentazione simbolica volta a rassicurare coloro che affrontano il martirio e la morte perché alla fine sarà fatta loro giustizia. Una tale rassicurazione è particolarmente incoraggiante per coloro che, come Giovanni, dovevano affrontare terribili persecuzioni visto che si rifiutavano di partecipare al culto imperiale… La rappresentazione simbolica dei martiri come sacrifici offerti sull’altare del cielo può difficilmente essere utilizzata per discutere della loro esistenza cosciente e disincarnata nel cielo. George Eldon Ladd, uno studioso evangelico di rispetto, giustamente afferma: «Il fatto che Giovanni abbia visto le anime dei martiri sotto l’altare non ha nulla a che vedere con lo stato dei morti o la loro situazione nello stato intermedio; si tratta semplicemente di un modo brillante per raffigurare il fatto che sono stati martirizzati nel nome di Dio». (G.E. LADD, A Commentary on the Revelation of John, Grand Rapids, 1979, p. 103). Ci troviamo dunque di fronte ad un linguaggio simbolico, personificato, dove le cose inanimate parlano, i morti gridano a Dio di affrettare il tempo del giudizio. “Nel quinto sigillo udiamo le voci di quelle vittime. La storia non è più raccontata a partire dalle vicende dell’istituzione che perpetrava l’oppressione, ma viene data la parola alle vittime stesse. Il profeta non vede più né cavalli né creature, ma uomini e donne che sospirano e invocano il giudizio di Dio”. (J. Doukhan, Il grido del Cielo, Ed. AdV, impruneta (Fi) p. 80) In breve, se i morti passassero il tempo “gridando a gran voce” vendetta, pensate che possano dirsi “beati” o “felici eternamente”? I martiri che gridano vendetta, descritti in questo passo di Apocalisse, lo stanno facendo realmente? Non viene forse da pensare che l’autore sacro si sia espresso così come si è espresso il redattore della Genesi, quando, parlando dell’uccisione di Abele da parte di Caino, fa dire a Dio: “La voce del sangue di tuo fratello grida dalla terra fino a me” (Genesi 4:10). 1 Come il sangue di Abele, in un’espressione letteraria, grida al cielo, così il sangue dei martiri, grida vendetta. Il giorno del giudizio è davanti a noi, e i martiri non hanno ancora ricevuto le promesse di Dio (Ebrei 11). In quanto alla parola “anima” qui usata, essa significa semplicemente “vita”, I martiri, che sono tutt’ora morti, vengono descritti come se parlassero. Nella Bibbia incontriamo più volte queste immagini simboliche. In Giacomo 5:4 è il “salario” ingiusto che “grida fino al cielo”. Gesù stesso dice in Luca 19:40 “…se essi tacessero, griderebbero le pietre”. E così, anche il sangue dei martiri grida vendetta e chiede che gli sia resa giustizia. Chi crede che si tratti realmente delle anime dei morti che parlano, cade in gravi contraddizioni. La maggior parte delle persone è convinta che i martiri siano in paradiso, e che i loro persecutori si trovino all’inferno. Se davvero fosse così, perché allora implorare Dio di fare giustizia, se essi si trovano in cielo, e i nemici già al loro castigo? 1. Essendo, nella Parola di Dio, il sangue il simbolo della vita, ma non la vita, gli è concesso simbolicamente di parlare per esprimere il desiderio di giustizia (vendetta).Il sangue di Abele sparso sulla terra, indica la morte di quest’ultimo, che la vita non c’è più. L’espressione «la voce del sangue grida», va letta non nel senso letterale, come se il sangue avesse la capacità di parlare, ma metaforicamente: la morte di un innocente richiede giustizia al cospetto di Dio.

La maga di Endor – 1 Samuele 28

Il racconto in breve. Quando Saul ha rifiutato di ricevere una guida per il suo futuro da parte di Dio attraverso i sogni, l’urim e i profeti (1 Sam 28:6), nella disperazione ha cercato una donna, la maga di Endor, affinché evocasse lo spirito del defunto Samuele (1 Sam 28:7). Travestendosi per evitare d’essere riconosciuto, Saul si reca dalla donna di notte e le chiede di far risalire il profeta defunto e di sollecitarne informazioni (1 Sam 28:8). Quando la donna, sapendo dell’interdetto reale contro la negromanzia, esita, (v. 3), Saul le garantisce che non le sarebbe successo niente e insiste perché faccia risalire Samuele (vv. 9,10). La donna ubbidisce e dice a Saul: «Io vedo un dio (elohim) che sale dalla terra» (v. 13). Descrive a Saul ciò che vede: un vecchio «avvolto in un mantello» (v. 14). Dalla descrizione della medium, Saul conclude che è Samuele e continua chiedendo che cosa avrebbe dovuto fare davanti all’imminente sconfitta nella guerra contro i filistei. Lo spirito, personificando Samuele, rimprovera Saul perché l’ha disturbato, visto che Dio ha abbandonato il re. Poi, profetizza contro Saul come se parlasse da parte del Signore. Trucemente, lo spirito predice la condanna di Saul: «Domani tu e tuoi figli sarete con me» (cfr. 1 Sam 28:19; 1 Cr 10:13,14). Poi, lo spirito ritorna da dove è venuto. Importanza del racconto I dualisti trovano in questo racconto una delle prove più chiare della sopravvivenza dell’anima alla morte. John Cooper, per esempio, trae da questo episodio quattro rilevanti conclusioni circa il pensiero dell’Antico Testamento sullo stato dei morti. Egli scrive: «1. È chiaro che c’è continuità d’identità personale fra i viventi e i morti. In altre parole, il Samuele morto è ancora Samuele, non qualcuno o qualcos’altro… 2. Benché questo sia un avvenimento molto insolito, Samuele è un residente tipico dello sheol, visto che aspetta che Saul e i suoi figli lo raggiungano… 3. Nonostante dica che stesse riposando, gli era possibile ancora “svegliarsi” e occuparsi di vari aspetti di comunicazione consapevole… 4. Samuele è un “fantasma” o un’ombra, non un’anima platonica o una mente cartesiana… Il suo corpo era seppellito a Rama (1 Sam 28:3), eppure egli era nello sheol e appare a Endor in forma corporea». ( J.W. COOPER, Op. cit., pp. 65,66). Nello stesso modo, Robert Morey sostiene che questo racconto mostri come «Israele credesse in una vita ultraterrena consapevole. Mentre era loro proibito partecipare a sedute spiritiche, non di meno, credevano che l’uomo con la morte, fosse estinto».( R.A. MOREY, Op. cit., p. 49). Questi tentativi di utilizzare l’apparenza «spirituale» di «Samuele» agli ordini di un medium per provare l’esistenza consapevole delle anime disincarnate dopo la morte, ignorano cinque importanti aspetti. 1. Non si tiene conto dell’insegnamento della Scrittura circa la natura dell’uomo e della morte come abbiamo già esaminato. L’uomo biblico considera la morte come la cessazione della vita dell’intera persona; ciò preclude l’esistenza conscia delle anime. 2. Ignora l’ordine solenne di astenersi dal consultare gli «spiriti familiari» (cfr. Lv 19:31; Is 8:19), trasgressione, questa, punita con la morte (Lv 26:6,27). Saul stesso, infatti, morì «a causa dell’infedeltà che egli aveva commessa contro il SIGNORE per non aver osservato la parola del SIGNORE, e anche perché aveva interrogato e consultato quelli che evocano gli spiriti mentre non aveva consultato il SIGNORE » (1 Cr 10:13,14). La ragione della condanna a morte prevista per chi consultasse gli «spiriti» è che questi erano «spiriti maligni» o angeli decaduti, che personificavano i morti. Questa pratica avrebbe finito per condurre le persone ad adorare il diavolo anziché Dio. Il Signore difficilmente avrebbe potuto decretare la pena di morte per chi avesse comunicato con gli spiriti dei cari defunti se questi fossero esistiti e se la comunicazione fosse stata possibile. Non c’è nessuna ragione morale da parte di Dio per infierire sul dolore della morte, opponendosi al desiderio umano di comunicare con i cari defunti. Il problema è che tale comunicazione è impossibile, perché i morti sono in uno stato di incoscienza e non possono comunicare con i viventi. Qualsiasi comunicazione che possa intercorrere non è già con gli spiriti dei morti, ma con gli spiriti maligni. Questo è suggerito anche dall’affermazione della medium: «Vedo un Dio (elohim) che sale dalla terra» (1 Sam 28:13). Il plurale elohim è usato nella Bibbia non solo per Dio, ma anche per i falsi dei (cfr. Gn 35:2; Es 12:12; 20:3). La medium ha visto un falso dio, o spirito maligno, che personificava Samuele. 3. Questa interpretazione deve supporre che il Signore potesse accettare di parlare con Saul mediante una medium, dopo aver già rifiutato di comunicare con lui attraverso mezzi legittimi. Una comunicazione con Samuele, quale profeta, sarebbe allora stata una comunicazione indiretta con Dio. La Bibbia afferma, però, che il Signore si era rifiutato di comunicare con Saul (1 Sam 28:6). 4. Esso ignora la straordinaria difficoltà di supporre che uno spirito morto potesse apparire come «un vecchio… avvolto in un mantello» (1 Sam 28:14). Se gli spiriti dei morti sono anime disincarnate, ovviamente non hanno bisogno di essere avvolti in vestiti. 5. Ignora le implicazioni della truce predizione: «Domani tu e i tuoi figli sarete con me» (1 Sam 28:19). Dove doveva avvenire quest’appuntamento fra il re e l’imitatore di Samuele? Era nello sheol, come suggerisce Cooper? Se ciò fosse vero, significherebbe, allora, che i profeti di Dio e i re apostati condividono gli stessi spazi dopo la morte. Questo è contrario alla credenza popolare che vuole che alla morte i salvati ascendano al cielo e i reprobi scendano nello sheol, l’inferno. Inoltre, se Samuele fosse stato in cielo, lo spirito imitatore di Samuele avrebbe detto: «Perché mi hai fatto scendere?». Invece dice: «Perché mi hai disturbato facendomi salire?» (1 Sam 28:15). Era forse cambiato il luogo dei salvati, dallo sheol sotto la terra, al cielo sopra la terra? Riflessioni come queste autorizzano a credere che la seduta spiritica di Endor non sostenga in alcun modo la nozione dell’esistenza consapevole delle anime disincarnate dopo la morte. È evidente che non era lo spirito di Samuele che comunicava con Saul. Molto probabilmente, un demone personificava il defunto Samuele come ancora succede in molte sedute spiritiche. Le Scritture rivelano che Satana e i suoi angeli hanno l’abilità di cambiare la loro sembianza e di comunicare con gli esseri umani (cfr. Mt 4:1,11; 2 Cor 11:13,14). Il racconto dell’apparizione «spirituale» di Samuele a Endor dice molto poco in merito all’esistenza dopo la morte, ma rivela molto circa gli inganni mirati di Satana. Mostrano come Satana abbia avuto successo nel promuovere la menzogna, «non morirete», usando mezzi sofisticati come la personificazione dei morti mediante gli spiriti maligni. Le Scritture rivelano che Satana e i suoi angeli hanno l’abilità di cambiare la loro sembianza e di comunicare con gli esseri umani (cfr. Mt 4:1,11; 2 Co 11:13,14). Egli è il padre della menzogna (Gv 8: 44) e può impossessarsi di una persona (Lc 9: 37- 43). E. G. White scriveva: “Gli apostoli, impersonificati da questi spiriti bugiardi (demoni) contraddicono quanto scrissero sotto la guida dello Spirito Santo, mentre erano sulla terra… Molti saranno visitati da spiriti di demoni che impersonificheranno congiunti o amici defunti e che insegneranno le eresie più pericolose. Questi visitatori faranno appello alle nostre più tenere simpatie e compiranno miracoli per avvalorare le loro pretese” […] “A coronamento del grande dramma di seduzione, Satana stesso impersonificherà Cristo… La gente si prostrerà davanti a Lui, mentre egli eleva le mani e pronuncerà su di essa una benedizione come faceva Cristo con i suoi discepoli quando era su questa terra” (E. G. White, Il Gran Conflitto, p. 406, 408, 454, ed. AdV, Impruneta (Fi). Conclusione Il racconto dell’apparizione «dello spirito» di Samuele a Endor dice molto poco circa l’esistenza cosciente dopo la morte, perché quello che ha visto la medium era un falso dio (elohim, 1 Sam 28:13) o uno spirito maligno che personificava Samuele, non l’anima del profeta.

La Donna nel contesto del Nuovo testamento

Le regole di buona condotta proibivano a un uomo di incontrare da solo una donna, di conversare in privato con lei (Qiddushin 4:12 b; 81 a) o in generale di parlare con lei, se non per lo stretto necessario. Yosé ben Yohanan di Gerusalemme, uno dei più vecchi e rispettati scribi (verso il 150 a. C.) ordinava: «Non parlare molto con una donna…fosse anche la tua» (Abot 1:5). Da qui lo stupore dei discepoli nel vedere Gesù conversare con la Samaritana (Giovanni 4:27). Filone, contemporaneo di Gesù, diceva: «Le donne devono restare sempre in casa e vivere ritirate. Le giovani devono rimanere nelle stanze interne, ponendosi il limite della porta di comunicazione (con le stanze in cui vivevano gli uomini). Per le sposate, al massimo la porta del cortile, onde evitare per pudore lo sguardo degli uomini, compreso quello dei parenti più stretti» (De specialibus legibus 3:169). Questo «ideale» teorico non era sempre vissuto agli estremi, nella vita pratica. 9 In quella società la donna si teneva ai margini della vita religiosa pubblica, visto che si credeva soggetta alle proibizioni della Torah (eccetto tre che riguardavano unicamente gli uomini, secondo l’interpretazione rabbinica di Levitico 19:27 e 21:1,2; Qiddushin 1:7), però era giustificata da quasi tutti i precetti positivi, cioè da tutti quelli «vincolati al tempo» (Qiddushin 1:7) come l’obbligo di andare a Gerusalemme in pellegrinaggio per la festa, assistere ai servizi religiosi (Hagiga 1:1), recitare certe preghiere (Berakhot 3:3) e, soprattutto, studiare la Torah. Rabbi Eliezer (verso il 90 d. C.) diceva dal canto suo che colui che «insegna la Torah a sua figlia, è come se la avviasse alla prostituzione» (Sota 3:4) e che «meglio sarebbe bruciare la Torah che trasmetterla alle donne» (j Sota 3:4,19 a). L’atto di trasmettere la vita e assumere la maternità erano considerate responsabilità sufficientemente sacre da esentare la donna dalle restanti esigenze della religione (cfr. 1 Timoteo 2:15). L’atteggiamento di Gesù verso la donna è «senza precedenti nella storia dell’epoca» (Joachim Jeremias, Gerusalemme al tempo di Gesù, Roma, 1989, p. 562). Forse si è esagerata l’importanza della tradizione secondo la quale «l’uomo deve rendere grazie a Dio ogni giorno, per tre cose: perché sono nato israelita, perché non mi hai fatto donna, e perché non sono un idiota» (Menahot 43 b) o, secondo altre versioni: «Perché non sono nato né pagano, né schiavo, né donna» (Abot 2:6). La sapienza rabbinica spiega il triplice ringraziamento dicendo che solo l’uomo libero e intelligente può essere responsabile davanti a Dio del compimento di tutta la Legge di Dio. Non sembri che queste nozioni lascino intravedere idee di superiorità dell’uomo sulla donna; infatti lo stesso Talmud sosteneva che «Dio concesse alla donna più intelligenza che all’uomo» (Middot 45 b), sebbene fosse convinto che avesse una tendenza spiccata a utilizzarla per il male, in particolare per la stregoneria e le arti malefiche (Yoma 83 b).

La formula trinitaria del battesimo negli apostoli

I nostri fratelli “unitari” fanno presente che gli apostoli non hanno mai battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28:19) perché non credevano nella trinità. Di fatto, bisogna ammettere che la formula trinitaria, a prima vista e nella forma, sia stata disattesa dagli apostoli, ma non nel contenuto e nell’insegnamento. Non credo che Gesù abbia lasciato una “formula” o una frase rituale. L’espressione trinitaria battesimale deve essere colta nel suo significato e non tanto nella forma. Ciò è ben evidenziato dal significato esistenziale della parola «ònoma » nome, che precede i rispettivi attributi: Padre, Figlio e Spirito Santo. Nella mentalità ebraica dare un nome ad una persona o chiamarla per nome significava offrirle il diritto di esistere, di pensare e ti interagire nel mondo e con se medesimi; ciò implicava una conoscenza affettiva, empirica della persona e non nominativa e/o formale, devozionale. Il terzo comandamento «non nominare il nome di Dio invano» significa disattendere la persona di Dio nel quotidiano, più che bestemmiarlo che in sé rivela spesso mancanza di conoscenza e di riverenza formale. In questo senso gli apostoli non hanno disatteso l’insegnamento di Gesù nel suo significato e i catecumeni più che credere nella trinità, la sperimentavano. Ad esempio, gli Atti degli apostoli sono da attribuire allo Spirito Santo più che agli apostoli (cfr. Atti 2; 5:1-4; 8: 29; 13:2; 15: 28;16:6) e le lettere di Paolo sono impregnate della presenza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, lo stesso per quelle di Pietro e di Giovanni. (cfr. Atti 2: 33; 2: 38-39; 5: 31-32; Atti 10: 36-38; 1 Corinzi 12: 4-6; 2 Corinzi 13: 13; Efesini 2: 18; Tito 3: 4-6; Ebrei 9: 14; 1 Pietro 1:1-2; 4:14;1 Giovanni 4:13-15). Inoltre, è importante evidenziare che secondo l’apostolo Paolo, in Gesù «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Colossesi 2:9), pertanto battezzare nel «nome di Gesù» (Atti 2:38; 8:16) significa anche nel nome del Padre e dello Spirito Santo. Nell’esperienza di conversione di Cornelio, lo Spirito Santo aveva già operato potentemente, tale da indurre Pietro ad esprimersi : «C’è forse qualcuno che possa negare l’acqua e impedire che siano battezzati questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo come noi?» (Atti 10:47) Comunque, volendo attenersi alla forma, nel Nuovo Testamento oltre a Matteo 28:19, troviamo anche la formula di benedizione in 2 Corinzi: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (13:14). Indubbiamente, la formula «uno uguale a Tre» è un’equazione che non torna secondo la logica umana, è un concetto che sfugge alla nostra razionalità. Ma nella Bibbia questa formula, non solo è applicata alla divinità, ma è anche riferita alla realtà umana «i due saranno una sola carne» (Matteo 19: 4 – 6). L’uomo e la donna nel matrimonio sono considerati come una singola unità ‘ehad, eppure fisicamente e psicologicamente rimangono due individui distinti. Dio supera la nostra comprensione pertanto conoscere Dio dovrebbe essere il nostro primo interesse (Osea 6: 3; Geremia 29: 13; Matteo 6: 33).