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Daniele in breve. Chi ha peccato?

Francesco Zenzale – “Noi abbiamo peccato, ci siamo comportati iniquamente, abbiamo operato malvagiamente, ci siamo ribellati e ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue prescrizioni. Non abbiamo dato ascolto ai profeti, tuoi servi, che hanno parlato in nome tuo ai nostri re, ai nostri prìncipi, ai nostri padri e a tutto il popolo del paese” (Dn 9:5-6).

Secondo la parola di Dio, “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rm 3:23), ma quando ci soffermiamo sulla propria fragilità, realizziamo un gioco perverso. Decentriamo sull’altro la “trave” (di cui parla Gesù in Matteo 7:3) che è nel nostro occhio, che ci irrita enormemente. Questa proiezione ci induce a credere che i peccati degli altri sono sempre solitamente più gravi rispetto ai nostri. Sinceramente, quale valenza spirituale può avere una pagliuzza, rispetto alla trave? Il paragone è ineccepibile! C’è solo un ingombrante equivoco. Tutti gli uomini hanno la trave (cfr. Rm 3:9-18), indipendentemente dalle responsabilità personali. Ciò significa che non c’è nessuna contrapposizione tra il mio e il tuo peccato, fra la mia e la tua natura, poiché “tutti abbiamo peccato”.

Daniele aveva bene compreso questo insegnamento e, nonostante si trovasse lontano dalla sua amata patria a causa delle errate scelte politiche e spirituali dei grandi del suo tempo, riconosce questa dolorosa realtà del peccato. Aveva capito che indipendentemente delle  responsabilità personali e omissioni, esiste una incombenza collettiva e universale del peccato (Rm 5:12).

Notiamo nella preghiera quanto il “noi” sia intimamente legato a  all’identità collettiva del peccato: “Noi abbiamo peccato”, “noi ci siamo comportati iniquamente”, “noi abbiamo operato malvagiamente”, “noi ci siamo ribellati” e “noi ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue prescrizioni,  “noi non abbiamo dato ascolto ai profeti” (Dn 9:5-6). “A noi la confusione della faccia, ai nostri re, ai nostri prìncipi e ai nostri padri, perché abbiamo peccato contro di te” (Dn 9:8). “Noi ci siamo ribellati” (v.9) e “noi non abbiamo ascoltato la voce del SIGNORE” (v.10). “Noi non ci siamo ritirati dalla nostra iniquità e non siamo stati attenti alla sua verità” (v.13). “Noi abbiamo peccato e abbiamo agito malvagiamente” (v.16), ecc.

Il “noi”, nel bene e del male, racchiude in sé un’enormità di insegnamenti. Sin dalla creazione l’uomo è stato creato a immagine del “noi” avvero a immagine della divinità (Gn 1:27; 3:22). L’unione coniugale “i due saranno una sola carne” (Gn 2:24), realizza l’unione esistente nella divinità, ma anche l’armonia fra le creature del cielo. Dopo il peccato, in risposta all’atteggiamento irresponsabile di Adamo ed Eva che si discolpavano a danno dell’altro, Dio copre entrambi di tuniche di pelle (Gn 3:21). Il senso di questo gesto è evidente: siete entrambi colpevoli. Non esiste nessuna contrapposizione fra il tu e l’io, il noi e il voi, ma solo il “noi”.

Attenzione, ciò non significa che non esista una responsabilità personale del peccato (1 Cr 21:8; Sl 32; 51, ecc.), ma anche questo aspetto è “compenetrato” dalla solidarietà: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Gv 8:7).

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