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Daniele in breve. Ecco l’uomo

Francesco Zenzale – “Noi abbiamo peccato, ci siamo comportati iniquamente, abbiamo operato malvagiamente, ci siamo ribellati e ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue prescrizioni. Non abbiamo dato ascolto ai profeti, tuoi servi, che hanno parlato in nome tuo ai nostri re, ai nostri prìncipi, ai nostri padri e a tutto il popolo del paese” (Dn 9:5-6).

Il progresso dell’uomo è magistralmente miniato come una lenta evoluzione, un continuo divenire verso l’assoluto: un ideale che tende a mascherare la sua sete d’eternità senza vincoli divini.

Un uomo curvo e peloso, che impara a maneggiare il fuoco, gli utensili, l’esperto cacciatore, che impercettibilmente inizia a raddrizzarsi, a sviluppare un certo senso morale, sociale e civico. Finalmente libero da ogni vincolo atavico e mitologico, s’addentra in quell’ambito sconfinato della scienza, che ancora oggi rimane così vasto, nonostante abbia conquistato un infimo spazio dell’universo.

Un uomo che con profondo compiacimento dichiara: “Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla!” (Ap 3:17). Quanta arroganza, solitudine, arrivismo e follia in queste parole profetiche!

Sono ricco. Espressione tipica di una persona appagata che, come il ricco stolto, esprime il suo ultimo desiderio: costruirò dei “granai” e poi mi riposerò (Lc 12:16-21).

Non ho bisogno di nulla! Questa è un’affermazione molto forte, che incute paura. Mi spaventa! Un uomo che dichiara al mondo intero di non aver bisogno di nulla, perché è convinto di avere tutto o di aver raggiunto l’assoluto, fa paura. Non ha bisogno di me, di te, dell’altro e tanto meno di Dio. In questa persona, così altezzosa, l’arroganza e l’indifferenza sono compagne di viaggio che rivelano distacco dalla realtà, soprattutto da quella del vangelo.

Se nell’illo tempore quel cavernicolo e rozzo australopiteco viveva in un contesto religioso e mitologico, adesso che è cresciuto, che è diventato ricco, pur conservando determinate modalità religiose, pensa di non aver bisogno di nulla.

Può sembrare un affascinante concetto di sé, ma si tratta di una piacevole illusione. In realtà, “non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo” (Ap 3:17).

Secondo l’osservazione biblica l’essere umano è polvere, cenere, peccatore, iniquo, ribelle, infedele, incongruente, che opera malvagiamente. È alieno a Dio e ai suoi comandamenti, come anche alla sua grazia. È confuso, disorientato, esiliato dal cielo e dal bene (Dn 9: 1-17). È fragile, con la forza solo di volgere la faccia verso il cielo in cerca di risposte che siano impregnate d’eternità e di carezze mediante le quali riconosciamo l’altro così com’è (ricco o povero; fragile o forte; laureato o operaio; asiatico o italiano; ecc.), offrendogli il diritto di vivere, di trasmettere il suo pensiero e di sentire che essere diverso arricchisce e non impoverisce. Carezze che ci aiutino a capire che il “noi” ha una valenza spirituale, sociale e morale senza eguali.

Scrive l’apostolo Paolo: “Quanto all’amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri. Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente […] Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge” (Rm 12:10; 13:8).

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