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Daniele in breve. Digiuno, sacco e cenere

Francesco Zenzale – “Volsi perciò la mia faccia verso Dio, il Signore, per dispormi alla preghiera e alle suppliche, con digiuno, con sacco e cenere” (Dn 9:3).

È inusuale osservare una persona cosparsa di cenere e vestita con un ruvido sacco; come è anche irrazionale se tale gesto venisse attuato nel nome di un’interpretazione letterale della Bibbia. Ma un tempo tale prassi era del tutto usuale. Nell’antico Medio Oriente, cospargersi il capo di cenere, sedersi o rotolarsi nella cenere, era un segno di cordoglio e di pentimento.

Quando i suoi figli, irresponsabilmente, dissero al padre che Giuseppe era stato sbranato, Giacobbe “si stracciò le vesti, si vestì di sacco e fece cordoglio di suo figlio per molti giorni” (Gn 37:34). Quando Mardocheo seppe tutto quello che era stato fatto contro il popolo d’Israele, “si stracciò le vesti, si coprì di un sacco, si cosparse di cenere, e uscì per la città, mandando alte e amare grida”. Gesto che fu esteso in ogni provincia, laddove il decreto di morte veniva proclamato (Est 4:1-3; cfr. Gb 16:15; Is 32:11; Ger 6:26).

Oltre a sedersi nella cenere, cospargendosene, andavano scalzi e testa scoperta, si tagliavano i capelli e la barba (Gb 2:7; 2 S 15:30; Ez 24:17; Is 15:2; 22:12; Ger 41:5; Mic 1:16). E seguendo l’esempio dei pagani, alcuni operavano delle incisioni nella propria carne, benché Dio avesse proibito tale pratica (Ger 16:6; 41:5; 47:3; Lv 19:27; 21:5; Dt 14:1).

Questo gesto, associato al digiuno, evidenziava la fragilità dell’essere umano che si riteneva “polvere e cenere” (Gn 3:19), cioè un nulla di fronte alla grandezza di Dio. Abramo, rivolgendosi a Dio, dice: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere…” (Gn 18:27, Cei). Giobbe, riconoscendo il limite profondo della propria esistenza, con senso di profonda prostrazione, afferma: “Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere” (Gb 30:19, Cei). Inoltre, tale pratica indicava l’ammissione delle proprie colpe, dei propri errori e del sincero pentimento, quindi un ritorno a Dio: “Volsi perciò la mia faccia verso Dio” (Dn 9:3).

In tal senso, a motivo della predicazione di Giona, gli abitanti di Ninive “credettero a Dio, proclamarono un digiuno, e si vestirono di sacchi, tutti, dal più grande al più piccolo. E poiché la notizia era giunta al re di Ninive, questi si alzò dal trono, si tolse il mantello di dosso, si coprì di sacco e si mise seduto sulla cenere” (Gio 3:5,6).

Gesù, richiamandosi a questa espressione di pentimento, enuncia quanto segue: “Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida; perché se in Tiro e in Sidone fossero state fatte le opere potenti compiute tra di voi, già da tempo si sarebbero ravvedute, prendendo il cilicio e sedendo nella cenere” (Lc 10:13). Il cilicio, o sacco, era una stoffa grossolana tessuta con pelo di capra o di cammello.

Mediante la preghiera e la confessione dei nostri peccati, possiamo usufruire del perdono divino e vivere la gioia della salvezza nella potenza dello Spirito Santo (Sal 51).

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